Taxi Driver: recensione

Pubblicato il: 21/12/2021

Scritto da: Sofia Manini e Anita Riccardi

Mercoledì 25 novembre si è riunito il Cinegiando e durante l’incontro è stato proiettato Taxi Driver, film del 1976 diretto da Martin Scorsese, vincitore della Palma d’oro al 29º Festival di Cannes e candidato a quattro premi Oscar. Dalla critica è considerato uno dei capolavori del cinema moderno tanto che è stato posizionato dall’American Film institute al 52º posto tra i cento migliori film di sempre. In una New York completamente devastata dalla criminalità e dalla prostituzione, Travis Bickle, il protagonista, è un ex marine che ha combattuto in Vietnam. Tornato dalla guerra, non riesce a dormire e così inizia a lavorare come tassista di notte e, guidando tra i diversi quartieri di New York, si rende conto del grave degrado in cui è sprofondata la città. Di giorno, invece, per lottare contro la propria solitudine, Travis passa il suo tempo in cinema a luci rosse dove porta anche Betsy, la ragazza a cui è interessato, che lavora a fianco del senatore Charles Palantine, candidato alla presidenza. Dopo qualche minuto dall’inizio del film, Betsy corre fuori dalla sala e chiede a Travis di non chiamarla e di non parlarle più. Travis perde lentamente ogni interesse nei confronti della ragazza perché si accorge che “è come tutti gli altri”, superficiale e in un certo senso “danneggiata” proprio come la città in cui vive. Travis allora diventa ossessionato dall’idea di compiere del bene e, pur di farlo, è disposto a tutto, anche a ricorrere all’uso delle armi. Così compra delle pistole per eliminare i criminali newyorkesi e farsi giustizia da solo. Prima spara ad un ragazzo nero che ha compiuto una piccola rapina. Poi cerca di uccidere Palantine in pubblico, invano. Allora prova a salvare la prostituta quattordicenne Iris, ma lei non vuole farsi salvare. Travis è un reietto, un emarginato sociale che non ha ancora trovato il suo posto nel mondo: non riesce a comunicare con gli altri personaggi, estraniandosi dalla conversazione (come fa con i suoi colleghi) o fomentando inutili e assurdi discorsi (come con Betsy o Palantine) che portano solo imbarazzo. Non appartiene né alla società benpensante, che lo associa alla criminalità, né alla malavita stessa. Un chiaro esempio lo troviamo quando Sport, spacciatore e gestore del bordello dove lavora la giovane Iris, scambia Travis per un poliziotto e si rifiuta di parlargli. E’ quindi a metà strada tra queste due categorie sociali, fermo e intrappolato in un “non-mondo”, senza identità.

Il personaggio di Travis è una figura ambigua che oscilla tra disgusto e gelosia: allo spettatore non risulta mai evidente se il protagonista disprezzi la società perbene che lo circonda, rappresentata simbolicamente da Betsy, o se sia dispiaciuto di non farne parte. Probabilmente le sue astiose azioni sono mosse dal desiderio di integrarsi nella società, di far capire a tutti che anche lui esiste e non può essere più ignorato. La città è l’altra protagonista della pellicola: anche nelle scene ambientate in spazi interni sono sempre presenti finestre o porte che ne fanno percepire la presenza. Viaggiare per New York di notte è un viaggio nell’inferno, popolato dai peggiori mostri, con il fumo che esce dai tombini e gli idranti rotti che allagano la città con l’intento di “ripulirla”. Travis, nel cercare un suo posto nel mondo, vorrebbe proprio “ripulire” New York dalla criminalità ed ottenere finalmente un ruolo all’interno della società, quello di eroe.

Questo desiderio da parte di Travis di apparire e di eccellere in società, sarà ripreso nel prossimo incontro del Cinegiando, Reality di Matteo Garrone, a inizio gennaio. Non mancate! Per ulteriori informazioni consultate la pagina instagram @cinegiando.

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