Recensione del film “La Haine”

Data: 3 Aprile 2022

Tag: Cultura

Di: Eleonora Urbanetto

“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.”

In un soleggiato giovedì di marzo, alcuni studenti si sono ritrovati al  liceo “Romagnosi”e più precisamente nell’aula CLIL del secondo piano, opportunamente oscurata, non per ideare atti sovversivi, ma per scambiare pareri in seguito alla visione di un film: “La Haine”, in italiano “L’odio”, film del 1995 diretto da Mathieu Kassovitz, vincitore del Premio miglior regia al Festival di Cannes. 

La trama è incentrata sull’odio: odio della polizia nei confronti della comunità multietnica, odio della comunità rispetto alla polizia. Un circolo vizioso di violenza che genera altra violenza.

In questa situazione si ritrovano tre ragazzi cresciuti nella periferia di Parigi – Vinz, Saïd e Hubert – che vorrebbero vendicare un loro amico aggredito violentemente dalla polizia locale.

Dopo un’ora e quaranta di fiato sospeso e forte coinvolgimento, abbiamo spalancato le finestre, lasciato entrare la luce e iniziato a far circolare le idee.

“Il finale è anticlimatico”, “ma che significato ha la vacca?”, “io non ho capito nulla…”.

Questa pellicola ha fatto emergere numerose questioni e riflessioni che gli studenti hanno prontamente posto al centro del dibattito.

Per prima cosa colpisce molto a cosa può portare l’odio.

Odio razzista, classista, verbale, fisico. Odio in tutte le sue forme. Nasce e si diffonde come una malattia che dilaga. Se odi, sarai odiato a tua volta. E la tensione del film gioca proprio su questa evoluzione che degenera nel peggiore dei modi.  

In secondo luogo è evidente la denuncia sociale. Viene esaltata differenza tra periferia e città, differenza che si manifesta anche per la lingua utilizzata: infatti nella versione originale i tre ragazzi protagonisti utilizzano il verlan: uno slang francese che modifica le parole pronunciandole al contrario, ad esempio lo stesso “verlan” significa “à l’envers” ossia “al contrario”; durante la visione della prima del film fu necessario utilizzare i sottotitoli in francese affinché tutti potessero seguire i dialoghi (e anche nel 2022, in italiano, con la qualità audio delle casse di una LIM, è stato riscontrato lo stesso problema).

Poi è interessante vedere come in alcune scene girate a Parigi di notte, per esempio durante una mostra d’arte contemporanea, è visibile un gap, un divario, tra il mondo della città di Parigi e la periferia. Nessuno ha mai fornito a questi ragazzi delle basi culturali per avere una visione critica delle opere, d’altro canto essi non  nutrono alcun interesse per le mostre d’arte. 

Il regista nella prima metà del film ci fa conoscere la realtà in cui i tre ragazzi vivono, le banlieues, termine con cui si indicano le periferie di Parigi, rappresentate nel film come un mondo a parte, fuori dal tempo (tant’è che è il regista stesso che ci indica il passare delle ore proiettandole sullo schermo) e abbandonato a se stesso. Le banlieues furono inizialmente edificate con un grande progetto residenziale per le famiglie di immigrati. Tuttavia questo progetto non includeva altre attività, al di fuori di quelle essenziali per vivere, che potessero essere utili per integrare o migliorare le condizioni di vita di chi vivesse in quei complessi residenziali, come ad esempio le attività culturali, trascurando inoltre che al loro interno erano presenti famiglie con storie tutte diverse:  migranti appena arrivati o presenti da più generazioni, che hanno lasciato il paese d’origine per motivi diversi e che differiscono per tradizioni,  cultura, religione e lingua. Di conseguenza sorgono due riflessioni:

  1. Quanto può essere utile la cultura per l’integrazione e la riqualificazione nei quartieri di periferia?
  2. Lo Stato che accoglie e ospita immigrati  con storie tutte diverse, dovrebbe imporre la propria cultura sulle altre o lasciare che convivano,  pur sapendo che spesso si possono generare contrasti?

Due questioni che sono tuttora attualissime, a distanza di ventisette anni dall’uscita del film, e su cui invito tutti a riflettere. 

Guardare film significa anche questo: analizzare  lo stile della regia, la qualità della recitazione e la fotografia, trovare richiami a “Taxi Driver” o a “Do the right thing”, apprezzare la colonna sonora, e riflettere sui temi che l’opera affronta, per valutare se sono interessanti per il presente. E venire al Cinegiando è anche questo.

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