Allons, enfants de la Patrie!
Data: 22 Ottobre 2026
Tag: Attualità
Di: Giorgio Vezzosi

In tutt’Europa nelle ultime settimane noi studenti, così come le nostre famiglie e i nostri governi, abbiamo assistito a un evento straordinario, che da tempo sembrava non potersi più verificare nelle nostre città: centinaia di migliaia di studenti sono scesi, stanno scendendo e con ogni probabilità continueranno a scendere, in piazza. Lo hanno fatto per protestare contro la palese insufficienza dei fondi all’istruzione stanziati nei rispettivi bilanci, dando l’esempio e diventando presto la bussola di un gigantesco movimento di protesta che ha coinvolto anche universitari, lavoratori, agricoltori e semplici cittadini, tutti infuriati per l’inflazione alle stelle, i costi dei carburanti e dei beni di consumo in aumento da anni, la stagnazione dell’economia e dei salari, la pressione fiscale crescente, oltre alla mancanza e in molti casi alla riduzione dei fondi pubblici per sanità, scuola, università, pensioni, incentivi, sgravi fiscali e molto altro. Questi eventi, che hanno completamente ribaltato l’immagine che si aveva dei giovani e della loro volontà di partecipazione, vanno approfonditi a lungo e con cura, di certo non come mi appresto a fare io ora; ma penso che con tutto quello che sta succedendo in questo momento, sia fondamentale provare a riflettere su ciò che accade e sulle conseguenze che queste proteste avranno nel breve, medio e lungo periodo.
Partiamo dall’inizio: le prime proteste si registrano il 21 Settembre scorso intorno al liceo Antoine-de-Saint-Exupéry della periferia di Parigi, in Francia, dove le proteste cresceranno fino ad assumere la rilevanza attuale. Studenti e insegnanti denunciano edifici fatiscenti, mancanza strutturale di organico in tutti i ruoli, con conseguente assenza di copertura in alcune materie per tutte le classi durante diversi mesi dell’anno, aule non climatizzate, sottodimensionate, sovraffollate (fino a 35 studenti in classi da 15), con pochi banchi e, in alcuni casi, molti scarafaggi. Inoltre, si accusa il Ministero dell’Istruzione di non garantire il pieno funzionamento di Parcoursup, il sistema nazionale per il passaggio dalle superiori all’università, dopo lo “smarrimento” di migliaia di domande d’iscrizione. Il sindacato studentesco USL, insieme alle diverse sigle del lavoro e dell’insegnamento, appoggia e fa propria da subito la protesta, dichiarandola nazionale. La protesta esplode.
Al 29 Settembre, più di 400 dei 3.700 lycées (= scuole superiori) francesi sono bloccati, gli studenti si mobilitano in massa, avvengono le prime tensioni tra studenti, black bloc e delle varie Forze dell’Ordine (da qui in poi semplicemente “polizia”): decine di feriti da entrambe le parti, centinaia di arresti e violenze contro edifici scolastici e docenti.
Due giorni dopo, con più di mille licei coinvolti e 200 bloccati, gli universitari si aggiungono agli studenti, occupando 30 atenei e portando a scontri di piazza con le forze dell’ordine, e spingendo il governo a riunirsi in stato di emergenza e a chiudere temporaneamente una buona parte delle scuole coinvolte. Gli arrestati si contano a migliaia, in buona parte minorenni.
Tempo altre 24 ore, e con un terzo delle scuole bloccate e più di 6.000 studenti fermati, si contano aggressioni a numerosi membri del personale scolastico in tutta Francia, tra cui 40 presidi, uno dei quali cosparso di benzina e salvato dall’”accensione” solo grazie all’arrivo della polizia. Polizia che si rende partecipe di numerosi scontri, in cui si riporta un uso eccessivo della violenza non solo contro i black bloc ma anche contro i cortei pacifici, bersagliati con lacrimogeni e idranti. Tra i feriti, ormai centinaia per parte, si contano bruciature gravi, amputazioni, lesioni da aggressione o da esplosione, in parte dovute agli ordigni dei manifestanti, in parte a quelli della polizia. Partono le accuse reciproche tra opposizione e governo, il quale per il momento rinvia a fine mese la decisione sulle richieste dei manifestanti (10 miliardi per la scuola subito, contro i 52 di tagli al bilancio previsti per la prossima finanziaria).
Le proteste, violente e non, si protraggono fino al 16, contando circa 450.000 partecipanti.
Il 17 Ottobre, però, scendono in campo tutte le categorie in difficoltà che, fino a quel momento, erano rimaste a guardare: è il caos. Agli 800.000 manifestanti si aggiungono subito migliaia di veri e propri delinquenti e razziatori, che in tutte le principali città occupano letteralmente i centri storici e le vie dei negozi, distruggendoli e saccheggiandoli da cima a fondo. In certi casi si smette di parlare di proteste e si diffondono termini quali “assedio” e “rivolta”. A Limoges lo storico e celebre palazzo municipale viene assalito, occupato e successivamente dato alle fiamme, a cui tuttora sopravvivono solo la facciata e una parte marginale del tetto.
Nonostante la repressione totale, le migliaia di arresti ogni giorno e in certe aree persino l’introduzione del coprifuoco, la polizia, a Parigi come dappertutto, non è più minimamente in grado di contenere la massa dei violenti e sempre più spesso è costretta a ritirarsi e a lasciare le strade in balia di questi ultimi: lo Stato non riesce più a garantire l’incolumità dei suoi cittadini.
Per di più le proteste, che nei giorni precedenti si erano allargate, a mezzo social, anche a Belgio, Spagna, Albania, Grecia, Irlanda, Germania, Portogallo, Austria e anche Italia (tutti paesi affetti da problemi più o meno simili), tramite un movimento coordinato si sviluppano in un’”insurrezione studentesca”: in Italia, in tutte le grandi città del centro-nord si scatenano bande di giovanissimi rivoltosi, violenti, black bloc, teppisti, criminali e maranza (a cui, in particolare, do il merito di aver unito l’utile al dilettevole, portandosi via la merce contenuta nei negozi assaliti), che in breve tempo mettono letteralmente a ferro e fuoco centri e piazze, sfuggendo e mettendo in difficoltà le nostre forze dell’ordine, incapaci di gestire un numero così alto di manifestanti e delinquenti insieme. I danni, così come nel resto d’Europa, crescono di minuto in minuto, in particolare a Milano, dove il governo ricorre al dispiegamento dell’Esercito per limitare i disordini.
Ora, personalmente ritengo che tutti questi eventi abbiano reso evidenti alcuni concetti, che probabilmente nessuno di noi aveva ben chiari:
- Anzitutto, devo dire che, veramente, devastare e bruciare le proprie scuole non è proprio il miglior modo per ottenerne di migliori; così come prendere d’assalto e svaligiare i negozi non è proprio il miglior modo di abbassare i prezzi dei beni di consumo… ma questa è una di quelle sottigliezze metafisiche, che a una moltitudine non vengono in mente.
- Come già accennato, la generazione Z si è dimostrata tra quelle più attive nel far sentire la propria voce, e nell’essere sempre disposta a scendere massicciamente in piazza ogni qualvolta necessario. Questo si pone in netto contrasto sia con i pregiudizi dei più anziani, che ci hanno sempre visto come in generale “pigri” e inattivi dal punto di vista politico, sia con la realtà della generazione precedente, i millennials, che si sono spesso dimostrati più “morbidi” e disposti a sopportare situazioni di difficoltà e incuria dei propri diritti da parte delle istituzioni.
- Dato il gran numero di black bloc presenti e la facilità con cui una parte considerevole dei manifestanti si è unita a loro, si evince la convinzione crescente che l’unico modo per farsi ascoltare sia la violenza, la rivolta e il danneggiamento; si percepisce il governo non come frutto dell’incontro (più o meno diretto) tra le idee e le volontà diverse dei cittadini, ma come qualcosa di lontano, autoreferenziale, insensibile e oppressivo. L’ordine diventa il nemico e il disordine l’amico. Si rifiuta a priori l’utilizzo del dialogo, della comprensione del diverso e del confronto democratico per risolvere le tensioni sociali e politiche interne. Questo, a mio avviso, è un segnale estremamente preoccupante, per noi, per i nostri immediati predecessori e soprattutto per tutti quelli che verranno dopo di noi.
- Nonostante un livello di repressione del dissenso su larga scala senza precedenti nella storia recente, già ampiamente condannato dalle principali ONG internazionali, gli apparati di pubblica sicurezza statali si sono dimostrati completamente inefficaci contro simili rivolte di massa, coordinate e propagandate sui social media e portate avanti prevalentemente dai giovani: ciò, come direbbe il perfetto politico, “solleva serissimi interrogativi” sulla capacità delle istituzioni democratiche europee di tutelare se stesse e i propri cittadini di fronte a una minaccia apparentemente di esclusivo ordine pubblico. In un ambiente internazionale sempre più teso, con i nostri territori sempre più esposti alla “guerra ibrida” dei nostri avversari (in primis la Russia), è fondamentale garantire che l’opinione pubblica non sia soggetta a manipolazioni della percezione dei temi critici, onde impedire lo scoppio di rivolte di massa prive di un valido motivo. Tuttavia, è altrettanto fondamentale assicurarsi che le potenziali minacce all’ordine pubblico siano individuate e soppresse il più rapidamente possibile, senza però intaccare i fondamentali diritti alla privacy e al dissenso dei cittadini, già ampiamente messi alla prova negli ultimi anni.
In conclusione, il mio parere è che, al momento, si debba tutti deporre le armi e fare un passo indietro, sia i violenti, sia i manifestanti, smettendo temporaneamente di manifestare per permettere alle autorità di isolare e consegnare alla giustizia i delinquenti (per poi tornare a manifestare, volendolo); sia i governi, smettendo di reprimere e ostacolare le espressioni di dissenso e concentrandosi sull’identificare e bloccare i devastatori.
Fermo resta, tuttavia, che se centinaia di migliaia di persone hanno deciso di scendere in piazza a protestare tutte in questo momento un motivo ci dev’essere, e c’è, eccome: le nostre economie sono in caduta libera, lo stato sociale in ritirata, la sicurezza, interna ed esterna, in via di estinzione; e soprattutto i nostri governi non solo non sembrano capaci di far nulla per invertire il trend, ma appaiono addirittura privi della volontà di farlo. Riprendendo in parte le parole della segretaria del PD, Elena Schlein, queste persone non devono essere confuse con i criminali, e tantomeno essere rese tali agli occhi dello stato e dei loro concittadini; vanno invece ascoltate e seguite, e prese a modello da tutti noi: perché se noi non ci saremo quando si tratterà di tutelare i nostri diritti, loro non ci saranno più, quando si tratterà di farci tutelare da loro.
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