Premio Assange
Data: 17 Marzo 2026
Tag: GDR
Di: Giuseppe Cimino & Luca Carpi

Pubblichiamo gli elaborati di Giuseppe Cimino e Luca Carpi, studenti del Romagnosi, classificatisi al secondo e terzo posto al premio Assange.
Giuseppe Cimino, 2° classificato
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
– Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 21
L’inossidabile legame tra democrazia, pace e libertà di stampa e d’informazione nel nostro Paese prende le mosse dall’articolo 21 della Costituzione. L’importanza capitale dei diritti sopra citati si fa ancora più palese in un periodo storico costellato di conflitti, in cui il ruolo giocato dai giornalisti e dalle notizie è cruciale per prendere una posizione ed essere cittadini consapevoli. Dal punto di vista dei governi di certi Paesi, tuttavia, la diffusione su larga scala di informazioni “scomode” viene più o meno scopertamente censurata, tacciando di faziosità il giornalista malcapitato, querelandolo per diffamazione e, nei casi più estremi ed efferati, togliendolo di mezzo. Certo, sembrerebbe impossibile che nei Paesi occidentali “campioni” della democrazia e degli ideali liberali questo possa accadere, tuttavia negli ultimi tempi un diffuso clima di oscurantismo e vittimismo da parte dei governi impone di stare all’erta per tutelare un vero e proprio pilastro, non solo della vita sociale e politica del cittadino, ma anche della pace (interna ed esterna allo Stato singolo).
Interroghiamoci quindi sulla condizione del giornalismo oggi, sul ruolo capitale che svolge all’interno di conflitti, trattando anche dei suoi indissolubili legami con la politica.
I vantaggi della libertà di stampa rispetto a un organo d’informazione centralizzato e “controllato” sono evidenti a tutti. In primo luogo, l’enorme varietà di notizie e punti di vista permette all’individuo di formulare un pensiero autonomo e critico, che sia una sintesi personalissima di elementi differenti; in secondo luogo, da un punto di vista puramente statistico è più facile avvicinarsi alla verità dei fatti se ci sono più voci che li riportano, dimodoché se anche visioni e interpretazioni sono diversissime, esse molto probabilmente condividono determinati punti, da considerarsi (con buona approssimazione) obiettivi; infine, il fatto che ognuno possa dire la sua costituisce un interessante e utile “termometro” politico, utile ai governanti stessi per correggere il proprio operato e all’occorrenza cambiare drasticamente rotta nella guida del Paese. Nonostante ciò, è innegabile che il giornalismo (in Italia come, del resto, nel mondo intero) negli ultimi anni abbia visto un drastico crollo di qualità degli articoli e dei reportage, accompagnato da un tracollo nel numero dei lettori.
Il notissimo scrittore e filosofo Umberto Eco ha elaborato una critica assai puntuale e interessante in merito alla degenerazione del giornalismo italiano (vista e vissuta dall’interno, essendo stato egli stesso un giornalista), esposta in Numero Zero, romanzo pubblicato nel 2015. Ambientato nel 1992, narra la storia di una redazione (più simile a un’armata Brancaleone) di una testata, il Domani, completamente asservita ai fini del commendator Vimercate, uomo spregiudicato e unicamente interessato a tenere sotto scacco i personaggi di spicco dell’epoca tramite la sua personale “macchina del fango”. L’esistenza nella realtà di questa “macchina” è confermata dai numerosi giornali “di partito” o comunque limitati agli intenti dei finanziatori, che spesso si servono di allusioni, volutamente e abilmente estrapolate e manipolate, per diffamare o comunque mettere in cattiva luce potenzialmente chiunque, aggredendo di fatto la sua libertà di pensiero e parola. Ma perché si è arrivati a ciò? Sempre Eco sosteneva che l’origine di questo declino sia da ricercare una settantina d’anni fa, precisamente nel 1954, anno di introduzione della televisione in Italia. È evidente che questo nuovo strumento, ancora prima dei social, fu determinante nella velocizzazione della diffusione di notizie (le persone venivano a conoscenza degli avvenimenti del giorno la sera stessa, quindi perché acquistare il giornale il giorno dopo?). Si potrà obiettare: “Ebbene, che differenza può mai esserci in un semplice cambio di piattaforma, dal giornalismo della cellulosa a quello del tubo catodico?”. Le differenze ci sono, e sono evidenti: in primis, i tempi televisivi spesso non permettono che una semplice rassegna di notizie e fatti, in rapida successione, senza consentire allo spettatore di riflettere effettivamente su quello che gli passa dinanzi agli occhi; in secundis, sia che si parli di emittenti statali sia di quelle private, viene a mancare a priori quella autonomia che era stata propria dei giornali (se non di tutti, almeno di quelli fondati da individui alla pari, penso ad esempio a Il Caffè o al Conciliatore). Chiaramente, quotidiani e redattori non si estinsero all’indomani di questa potente innovazione (che non tutti si potevano inizialmente permettere), e si barcamenarono generalmente così: c’era chi provvedeva approfondimenti più estesi al lettore curioso; chi s’è dato al gossip; chi si è affrettato a trovare annunci e sponsorizzazioni; chi, per evitare il fallimento, ha fatto tutto ciò insieme. Questo “cattivo giornalismo”, in nome di necessità economiche certo non trascurabili, s’è insomma privato di ciò che era stato un valore fondante: l’indipendenza. Da campanello d’allarme che avrebbe dovuto denunciare gli abusi della politica s’è in larga parte ridotto a docile strumento di propaganda del miglior offerente, ragion per cui, ad oggi, non esiste alcun giornale considerabile a tutti gli effetti indipendente (e sta al lettore critico e istruito intuire i possibili bias e de-condizionarsi rispetto a essi, anche se ciò implica uno stato di vigilanza costante che a lungo andare facilmente cade in un progressivo disinteresse). Ebbene, in tale clima, presentato fino ad ora soltanto nel suo aspetto più fosco, che lascerebbe intendere un lento ma inesorabile scivolamento nella spirale di un totalitarismo, come ci insegnano la storia recente e Hannah Arendt, in realtà sussistono notevoli eccezioni, specie nell’ambito del giornalismo d’inchiesta (professionisti spesso attaccati direttamente dai vertici delle istituzioni, con mistificazioni eclatanti, si pensi al caso di Saviano, su cui ritorneremo, e di Sigfrido Ranucci) e tra i reporter di guerra (come l’ormai conosciutissima Cecilia Sala), di cui trattiamo nelle prossime righe.
Durante i conflitti l’informazione riveste un ruolo d’importanza cruciale e la politica, ben consapevole di ciò, cerca di accaparrarsi quanti più “Profeti” possibile. Si potrebbe in questa sede ricopiare il già citato articolo 21 della Costituzione Italiana per notare quanto i suoi enunciati siano puntualmente disattesi da svariati Paesi, come se il termine “guerra” fosse sinonimo di “sospensione di ogni forma di libertà” (cosa che, purtroppo, spesso avviene ed è giustificata da una discutibile “ragion di Stato”).
Per maggiore chiarezza, si rende necessaria una distinzione tra giornalisti provenienti da Paesi coinvolti direttamente in un conflitto o comunque i cui interessi compromettono con evidenza (a volte dichiaratamente) l’obiettività e gli inviati che dovrebbero essere il più distaccati e imparziali possibile (fermo restando che l’oggettività, specialmente in simili contesti, rimane una “ragionevole speranza” sia per il lettore che per il giornalista in buona fede). Nel primo caso, i “Profeti” che scendono in campo hanno come prerogativa quella di non far calare il morale delle truppe e, soprattutto, quello del popolo, messo a dura prova dalle privazioni, onde evitare prima una noia, poi un fastidio e infine un aperto dissenso (preludio di sonori capitomboli di regimi). Al fine di scongiurare queste spiacevoli conseguenze, il giornalista ha in primo luogo un compito di natura linguistica: dal momento che l’esigenza di verità è venuta meno, s’impone una doverosa e periodica reinvenzione del lessico militare, di cui si possono fare un’infinità d’esempi (a partire dall’arcinota ”operazione militare speciale” di Putin in Ucraina, invece di “invasione”, passando per il genocidio avvenuto trent’anni fa in Bosnia, chiamato dalle autorità serbe “sofferenza” oppure “crimine”, per arrivare alla “lotta antiterroristica” israeliana a Gaza, anche qui in realtà genocidio riconosciuto da autorità internazionali). A questo triste gioco lessicale si aggiunga che molti regimi preferiscono un vero e proprio silenzio mediatico, con una maggiore attenzione ai conflitti interni (penso alla storia recente della Cina, ad esempio), abilmente rimossi nelle successive edizioni dei manuali di storia del Partito. Infine, particolarmente eclatanti sono i casi di maldestra copertura ideologica di conflitti con marcate implicazioni economiche e politiche: per citarne uno, la particolare solerzia con cui gli Stati Uniti d’America si sono fatti baluardo delle società libere e democratiche occidentali contro il fantasma immanente del comunismo, col maccartismo prima, con guerre sanguinosissime in Corea e Vietnam poi; a riprova di quanto questo sia stato fallimentare vi sono i successi del movimento hippie e gli “Yankee Go Home!” gridati pressoché ovunque nel mondo (segno che effettivamente la libertà di parola e di pensiero c’erano e venivano impiegate in modo produttivo).
Insomma, è evidente che la “macchina del fango” trova il suo luogo naturale nel contesto bellico, dove, senza esclusione di colpi, la “corona” mediatica viene assegnata a chi ha le idee più fervide e convincenti al tempo stesso.
Tuttavia, come già accennato, esiste ancora un giornalismo sinceramente interessato a fare informazione dal fronte, a stretto contatto con soldati e vittime innocenti di brutali crimini. Prendiamo in esame il caso di Gaza. Qui le bombe e i proiettili non si arrestano nemmeno di fronte alle scritte PRESS di chi rischia volontariamente la vita per fornire immagini il più possibile “vive”, spesso crude, di ciò che è realmente la guerra. E ciò, ovviamente, non va giù a chi effettivamente compie tali crudeltà. Nel caso di questo genocidio, insomma, le autorità israeliane si avvalgono sia di un forte apparato propagandistico volto alla demonizzazione dell’Altro, sia del già citato “silenzio mediatico” (tipico delle autocrazie) che copre nefandezze indicibili. A ciò si aggiunga il sostanziale “doppio standard” con cui sono considerate le voci delle due parti in causa, evidente se si considera la posizione ufficiale del nostro Paese, allineato con Stati Uniti e Israele (i cui crimini sono stati assai debolmente riconosciuti di recente), quindi con i “forti”, mentre sin dal febbraio 2022, ad esempio, si è “schierato” dalla parte dell’Ucraina. È quindi chiaro che in un simile contesto, dove un popolo è a tal punto oppresso da vedere soffocata anche la propria voce, le poche testimonianze (poche, s’intende, rispetto al “bombardamento” mediatico da parte dei media filoisraeliani, specie nei primi tempi) vanno valorizzate e considerate, in seguito a esame critico, fonti importantissime (è il caso, ad esempio, di Safwat Kahlout, giornalista palestinese che è venuto a Parma a parlare del valore del suo mestiere in contesti critici come questo, valore dimostrato dai suoi numerosi colleghi arrestati e “silenziati” in vario modo).
Ho specificato “in seguito a esame critico” proprio perché è doveroso rimarcare quella che dovrebbe essere una costante della pratica giornalistica: il vaglio attento e la scelta consapevole delle voci che vengono presentate (e quelle che, di necessità, sono trascurate), caratteristiche che, credo, ancora oggi conferiscono dignità e responsabilità a questo mestiere. Infatti, oggi ci troviamo costretti a dover distinguere tra informazione di qualità e notizie deteriori, queste ultime spesso provenienti dai nuovi concorrenti mediatici dei giornali, i social. In questo ambiente estremamente libero, di cui vanno riconosciute gli indubbi vantaggi (diffusione di idee su grande scala pressoché istantaneamente, creazione di connessioni tra individui in tutto il globo e tanto altro), tende però a dominare una diffusa acriticità nei contenuti (e verso i contenuti) che ci vengono quotidianamente proposti (si pensi alla mole di persone che prestano fede alle fake news e ai più insidiosi deep fake creati dall’Intelligenza Artificiale). Da ciò potrebbe nascere l’erronea idea che il mestiere di documentare e informare sia praticabile sostanzialmente da chiunque, senza una grande preparazione, semplicemente in virtù del possesso di un cellulare o di una fotocamera. Fortunatamente, il giornalismo non è (solo) questo. Il lato più squisitamente umanistico del mestiere (che deve essere necessariamente coltivato e sviluppato nel tempo) richiede, oltre a una ricerca dell’imparzialità, anche la capacità di interpretare in modo razionale il materiale grezzo a cui si è di fronte, presentando le possibili implicazioni degli eventi riportati. Non è, quindi, un “gioco”, meno che mai in contesti in cui una minima deviazione dalla verità dei fatti implica conseguenze catastrofiche.
Per concludere, rimarcando ulteriormente l’importanza, universalmente riconosciuta, del ruolo dei giornalisti nei conflitti, mi pare opportuno almeno citare un particolare “conflitto”, ormai interno a quasi tutti i Paesi del mondo: la costante lotta contro la criminalità organizzata. Mi rendo conto che questa sia solo metaforicamente una guerra e che abbia
portato a spargimenti di sangue sì tragici e iniqui, ma nemmeno paragonabili ai massacri di Srebrenica e Gaza, tuttavia è un caso notevole in cui alcuni giornalisti (assumiamo qui come loro rappresentante Roberto Saviano) che si sono posti in prima linea in questa lotta, rischiando la pelle al pari dei magistrati. Nonostante ciò, nonostante a queste persone non sia concesso di vivere in tranquillità, di avere una famiglia, di essere, insomma, persone normali, la ricompensa di tali sacrifici è quanto mai deludente: “In Italia chi svolge il suo mestiere di giornalista è costantemente attaccato sul piano personale” afferma lo scrittore. La politica, invece di accogliere gli inviti ad agire in modo deciso e sistematico contro la criminalità organizzata, usa essa stessa la “macchina” di Eco, delegittimando un professionista e trascinandolo decine di volte in tribunale. In nome di una presunta “diffamazione” (che altro non è se non una legittima critica, libera e doverosa) molti giornali hanno dovuto chiudere i battenti, solo perché non avevano la disponibilità economica per sostenere gli oneri processuali oppure perché non attiravano sufficientemente i riflettori su di sé. Tutto ciò è però ancora più grave se si considera che è vero e proprio “fuoco amico” in una lotta contro autentici criminali: il giornalista si trova così stretto tra due fuochi, l’uno nemico, l’altro traditore.
Da tutto ciò, per concludere, possiamo trarre una grande verità: se le forze che mirano a silenziare la libera professione di questo mestiere sono così ingenti, allora il giornalismo non è affatto morto (nonostante le innumerevoli difficoltà riportate sopra). Ancora oggi è sua prerogativa opporre la parola pensata e articolata all’urlo in piazza durante un comizio e rispondere a intimidazioni e proiettili con la solidarietà verso chi subisce queste pressioni.
Salviamo l’Articolo 21, tuteliamo il nostro diritto a un’informazione di qualità e, soprattutto, onesta. E quando un giornale ci chiede qualche spicciolo al mese per l’abbonamento, non cadiamo nell’errore dello sciocco che non conosce la differenza tra elemosina e investimento.
Luca Carpi, 3° classificato
LA FINE DEL GIORNALISMO DI GUERRA
A cinquant’anni dalla presa di Saigon, la guerra in Vietnam è rimasta l’evento di più forte portata simbolica del secondo novecento. La sua narrazione è passata attraverso tutti i principali media ma è stato il giornalismo che durante gli anni della guerra ha raccontato le alterne vicende belliche e, soprattutto, il deplorevole modo americano di condurla. La stampa ha avuto, perciò, un ruolo centrale nelle vicende politiche americane dell’epoca e ha saputo risvegliare le coscienze di innumerevoli statunitensi approdati via via nei movimenti pacifisti che hanno avuto un ruolo tanto importante quanto gli insuccessi militari nel determinare il ritiro americano e, infine, la vittoria del nord. Per quanto le testimonianze giornalistiche arrivassero per la stragrande maggioranza dal lato americano del fronte, è stato comunque possibile il racconto dei fatti che, spesso, parlavano da sé, svelando la cruda natura della “sporca guerra” oltre la propaganda. Quello che poteva sembrare un conflitto ai margini del mondo, divenne, attraverso la stampa, il centro del dibattito pubblico grazie al racconto di quanto succedeva in Vietnam: dalle “gabbie di tigre” di Con Dao, ai bombardamenti indiscriminati, dal trauma psicologico dei soldati ai milioni di morti che la guerra si portò dietro. Il giornalismo mai come in Vietnam è stato capace di smuovere la politica e portare a concreti cambiamenti.
Nel mondo contemporaneo non si può invece dire che il giornalismo di guerra riesca a provocare effetti politici di portata anche solo paragonabile. I fasti novecenteschi, infatti, sono ormai irraggiungibili per il settore che è vittima di una crisi permanente, poiché la stampa soffre la concorrenza di tutti gli altri mezzi di comunicazione e del più generale declino della lettura rendendola un’attività economica poco redditizia. Il giornalismo moderno è quindi piegato dalla perenne mancanza di denaro che sfocia nella necessità di sopravvivere. In questo contesto il quarto potere è diventato una mera forma di intrattenimento che segue le stesse logiche degli altri prodotti di consumo; se insomma l’obiettivo è vendere, perchè altrimenti si chiude, la nobile istanza di informare potrebbe passare troppo spesso in secondo piano. Per quanto riguarda il giornalismo di guerra si può, appunto, dire che il suo ruolo sia stato molto ridimensionato e non sia più così influente come lo era stato nel novecento, tanto da essere in buona parte sostituito da una serie di contenuti artigianali che documentato direttamente le vicende belliche sui social. La diffusione capillare dei cellulari, quindi di telecamere e microfoni, rende possibile a tutti pubblicare gli avvenimenti di cui sono testimoni in prima persona rendendoli visibili al pubblico mondiale. Nel contesto di Gaza, io credo, molto più che la stampa sono stati influenti questo tipo di contenuti che hanno saputo raccontare la realtà del genocidio al di là di quanto hanno potuto o voluto fare i media tradizionali. La loro forza sta anche nella mancanza di uno scopo economico che invece ossessiona il giornalismo tradizionale.
A fronte di ciò, tutti quegli sforzi che abbiamo visto essere impiegati da Israele per limitare l’attività giornalistica sono stati in buona parte inefficaci in quanto non hanno potuto contrastare in alcun modo questa marea di contenuti artigianali. Sulla sostanziale impotenza del giornalismo di guerra contemporaneo, cioè la sua incapacità di diffondere le storie dal fronte e tradurle in azione politica, bisognerà dire che è solo parzialmente dovuta a queste limitazioni, poiché, come detto, filmati e testimonianze dal fronte non si sono ridotti, sono anzi aumentati, per quanto non vengano più, per la maggior parte, dai reporter, ma piuttosto dalla popolazione stessa. Non è insomma più necessario essere sul campo per intendere il procedere di un conflitto, basta rifarsi a queste fonti indirette come ha dimostrato la guerra in Ucraina, le cui mappe sono in buona parte realizzate geolocalizzando i filmati delle azioni belliche.
Il ruolo del giornalismo di guerra è stato, quindi, sostituito dalla produzione di contenuti artigianali sui social, vi sono però diversi problemi da sottolineare.
In primo luogo la loro diffusione è spesso limitata dalle piattaforme stesse che non vedono di buon occhio tutti quei contenuti che rappresentino azioni violente, cosa però evidentemente connaturata alle testimonianze di guerra.
In secondo luogo le mere testimonianze mancano del dovuto approfondimento, in altri termini necessitano di essere contestualizzate e integrate da un qualche tipo di riflessione, che però risulta possibile solo in contenuti lunghi e non in brevi clip. I prodotti di lunga durata, che pure sono presenti sui social in gran numero, e sono spesso di buona qualità, risentono, invece, degli stessi problemi di diffusione del giornalismo riuscendo poche volte a divenire popolari.
Infine, questo mare di clip soffre di un problema più grande: la spettacolarizzazione dell’informazione contemporanea. Per vincere, o quantomeno resistere, alla concorrenza dei social, il giornalismo contemporaneo ha dovuto cedere alle pressione economiche trasformando l’attività della stampa in produzione di contenuti di intrattenimento, tuttavia il fenomeno non è affatto nuovo nel senso che già la televisione aveva profondamente trasformato l’informazione. La cosa è particolarmente evidente se si vede la posizione di prestigio riservata alla cronaca nera, che è, fondamentalmente, inutile da un punto di vista civico, nel senso che non racconta nulla che possa essere utile alla popolazione, ma piuttosto si rifà alla presa emotiva delle vicende, quando non a quanto viene chiamato “pornografia del dolore”, per costruire un prodotto di intrattenimento: emblematico di questo fenomeno è il caso di Cogne. Certo non si può dire che la cronaca nera sia iniziata con l’era della televisione, pur tuttavia il problema è che oggi tutto il giornalismo, dovendo rispondere alle suddette necessità, si è trasformato in cronaca nera; si profonde cioè in un florilegio di sterili polemiche e non si cura affatto di quei nobili scopi che dovrebbe avere.
Allo stesso modo, gli avvenimenti bellici ritratti in questo tipo di contenuti artigianali divengono una forma di spettacolo non sempre votata all’informazione. Mentre le testimonianze dei massacri da Gaza hanno saputo risvegliare le coscienze collettive, molti di questi contenuti sono stati pubblicati dagli stessi soldati israeliani, che li trovavano in prima battuta intrattenenti, e non sono gli unici ad applicare simili principi. Se per il genocidio a Gaza può sembrare assurdo, nel contesto della guerra in Ucraina è palese che si faccia un simile uso delle clip sui social, la stessa brigata Azov ha un canale youtube in cui pubblica i video delle sue azioni a scopo evidentemente propagandistico, una propaganda che si basa però sull’intrattenimento. Oltre a quest’esempio particolarmente eclatante fioriscono canali Telegram che pubblicano simili filmati e non si può dire, almeno credo, che chi li fruisca lo faccia solo al nobile scopo di informarsi.
La centralità del quarto potere nelle democrazie è indubitabile e più volte ribadita nel corso della storia, esso costituisce l’elemento attraverso il quale l’elettore viene informato dei fatti riguardo cui dovrà giudicare chi lo governa, ed è quindi lo strumento che gli garantisce di esprimere la sua opinione informata. Nel contesto bellico, la stampa permette all’elettore di essere informato delle azioni compiute al fronte e specialmente di quanto queste rispettino i valori morali, condivisi in primis dalla società, e poi anche sentiti dall’individuo. Il suo ruolo ha determinato l’esito di diversi conflitti e la caduta di plurimi governi in ragione del dissenso tra l’opinione pubblica rispetto alle azioni belliche. La scarsa rilevanza che sembra avere oggi, insieme coi presupposti in parte preoccupanti che condivide con quanto lo sta sostituendo, dovrebbe forse essere motivo di preoccupazione.
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