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Un commento al discorso di Mark Carney

Data: 17 Febbraio 2026

Di: Luca Carpi

Davos è uno di quei convegni istituzionali in cui raramente si sentono discorsi pregni di significato: di solito l’occasione del discorso è puramente formale e il suo obiettivo non è dire veramente qualcosa. Anche per questo il discorso di Mark Carney, primo ministro del Canada, ha avuto parecchia risonanza: è un discorso che dice qualcosa. Considerato poi che Carney ha parlato del diritto internazionale e le relazioni tra stati, pare ancora più strano lo scompiglio che ha causato visto che di solito questi discorsi si assomigliano tutti e non dicono nulla di nuovo. Neanche Carney dice qualcosa di nuovo, e d’altronde inizia il suo intervento citando Tucidide: “il più forte prende quanto può e il più debole soffre ciò che deve”, però era da tanto tempo che in occidente non si sentivano discorsi di questo tipo, tanto più in contesti formali, in cui a contare è solo l’immagine che si proietta, come Davos. Di seguito riporterò alcuni pezzi del discorso (dalla trascrizione ufficiale, in corsivo) a cui accompagnerò alcune riflessioni. 

In 1978, the Czech dissident Václav Havel, later president, wrote an essay called The Power of the Powerless, and in it, he asked a simple question: how did the communist system sustain itself? And his answer began with a greengrocer. Every morning, this shopkeeper places a sign in his window: ‘Workers of the world unite’. He doesn’t believe it, no-one does, but he places a sign anyway to avoid trouble, to signal compliance, to get along. And because every shopkeeper on every street does the same, the system persist – not through violence alone, but through the participation of ordinary people in rituals they privately know to be false.

 

Nel 1978, il dissidente ceco Václav Havel, in seguito divenuto presidente, scrisse un saggio intitolato Il Potere dei Senza Potere. In esso si poneva una domanda semplice: come faceva il sistema comunista a sostenersi? La sua risposta iniziava con un fruttivendolo. Ogni mattina, questo negoziante espone un cartello in vetrina: “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”. Non ci crede, nessuno ci crede, ma espone il cartello comunque per evitare guai, per segnalare la propria conformità, per tirare avanti. E poiché ogni negoziante in ogni strada fa lo stesso, il sistema persiste — non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione della gente comune a rituali che privatamente sanno essere falsi.

 Il senso di questa considerazione è dire che la storia del diritto internazionale è la storia di una menzogna che abbiamo propagandato. Di solito si dice del diritto l’esatto contrario: cioè che il diritto è una conquista faticosamente ottenuta e della sua esistenza non si dubita affatto. Il nucleo del problema è però molto semplice: la legge è una questione de facto, non de iure. Se questa considerazione è tendenzialmente condivisa per quanto riguarda gli altri ambiti del diritto, per il diritto internazionale se ne suppone la reale esistenza a partire dalla sua esistenza de iure nei trattati firmati. Il diritto, però,  può ben esistere in teoria, ma non ha valore se non viene applicato e perciò, per sua stessa natura, necessita di chi disponga del potere coercitivo per farlo rispettare. Nelle questioni internazionali il potere coercitivo è nelle mani degli stati più forti, che tuttavia non trovano per nulla conveniente applicare la legge, poiché questa limita il loro agire e, dunque, non la applicano. I deboli potranno lamentarsi, potranno condannarli, ma verranno inevitabilmente oppressi perché al momento del confronto non disporranno della forza per far prevalere le loro ragioni.  In altri termini, dobbiamo constatare che, alla prova dei fatti, la legge è emanazione della forza, non dei trattati, della morale o dei valori; ed è legge di volta in volta la volontà del più forte. L’unico modo tramite cui il diritto internazionale possa esistere anche de facto è che esista un organo che disponga se non del monopolio, quanto meno della supremazia nell’uso della violenza, del potere coercitivo cioè; ma un simile organo per esistere presuppone che tutti gli stati rinuncino quantomeno al disporre di un potere militare per fornire di questo potere tale organismo. Solo che gli stati più forti, gli unici di cui conta l’adesione, non si sottoporranno mai a un simile organo poiché traggono vantaggio dall’attuale situazione in cui la forza gli permette di prosperare. 

For decades, countries like Canada prospered under what we called the rules-based international order. We joined its institutions, we praised its principles, we benefited from its predictability. And because of that, we could pursue values-based foreign policies under its protection. […] So, we placed the sign in the window. We participated in the rituals, and we largely avoided calling out the gaps between rhetoric and reality.

 

Per decenni, paesi come il Canada hanno prosperato sotto quello che chiamavamo l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo lodato i principi e abbiamo beneficiato della sua prevedibilità. E grazie a ciò, abbiamo potuto perseguire politiche estere basate sui valori sotto la sua protezione. […] Così, abbiamo esposto il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo ampiamente evitato di evidenziare il divario tra la retorica e la realtà.

Nonostante il diritto internazionale non abbia mai avuto valore, i paesi come il Canada e le altre medie potenze hanno giovato della sua esistenza e per questo vi hanno partecipato. A dirla tutta i paesi che ne hanno giovato maggiormente sono state le Medie potenze, come le chiama Carney. La fine del diritto, infatti, non è dannosa per le grandi potenze, la cui sicurezza è garantita dalla forza, e non è dannosa per le piccole potenze, che non ne hanno mai beneficiato venendo calpestate in ogni caso, è dannosa per le medie potenze che in quel sistema hanno avuto l’opportunità  di riporre la loro sicurezza nelle regole e non solo nella forza.

This bargain no longer works. Let me be direct. We are in the midst of a rupture, not a transition. Over the past two decades, a series of crises in finance, health, energy and geopolitics have laid bare the risks of extreme global integration. But more recently, great powers have begun using economic integration as weapons, tariffs as leverage, financial infrastructure as coercion, supply chains as vulnerabilities to be exploited. You cannot live within the lie of mutual benefit through integration, when integration becomes the source of your subordination.

 

Questo compromesso non funziona più. Permettetemi di essere diretto. Siamo nel bel mezzo di una rottura, non di una transizione. Negli ultimi due decenni, una serie di crisi nel settore finanziario, sanitario, energetico e geopolitico ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Ma più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come arma, i dazi come leva, l’infrastruttura finanziaria come coercizione e le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare. Non si può vivere nell’ipocrisia del mutuo beneficio attraverso l’integrazione, quando l’integrazione stessa diventa la fonte della propria subordinazione.

Questa non è altro che la doccia fredda riguardo il diritto che gli europei, i principali promotori delle sue istituzioni, non si sarebbero mai aspettati. Ma bisogna essere chiari: la storia che ci siamo raccontati non ha mai avuto un corrispettivo reale. Difatti, gli stessi stati che nel 1945 si sono fatti promotori del diritto sono stati i primi a violarlo e quelli che lo hanno violato più spesso. L’opinione pubblica europea, dopo le due guerre mondiali e i loro orrori, però, si è convinta che fosse possibile superare quello che Hobbes chiamerebbe lo stato di natura tra gli Stati, e che forse è più giusto chiamare l’anarchia della violenza, cioè il sistema in cui conta la forza, per affermare un sistema in cui conta il diritto. Per cui non solo ci siamo disarmati, fatto che poteva essere ancora positivo se agito consapevolmente, ma ci siamo anche rifiutati di vedere la realtà. Rifiutando la forza ci siamo condannati all’indifferenza e alla subordinazione verso chi della forza disponeva e dispone ancora, e abbiamo goduto di un dominio lieve e poco oppressivo scordandoci che le nostre sorti non si trovavano più nelle nostre mani e che quel dominio poteva divenire un imperio in qualunque momento. Questa illusione è stato il principale danno che il sistema del diritto ha arrecato all’Europa. Ora il punto è smettere di credere all’insegna sui negozi, cioè smettere di credere al diritto.

You cannot live within the lie of mutual benefit through integration, when integration becomes the source of your subordination. […] And as a result, many countries are drawing the same conclusions that they must develop greater strategic autonomy, in energy, food, critical minerals, in finance and supply chains. And this impulse is understandable. A country that can’t feed itself, fuel itself or defend itself, has few options. When the rules no longer protect you, you must protect yourself. But let’s be clear eyed about where this leads. A world of fortresses will be poorer, more fragile and less sustainable. […] They’ll buy insurance, increase options in order to rebuild sovereignty – sovereignty that was once grounded in rules, but will increasingly be anchored in the ability to withstand pressure. […] Collective investments in resilience are cheaper than everyone building their own fortresses. Shared standards reduce fragmentations. Complementarities are positive sum. And the question for middle powers like Canada is not whether to adapt to the new reality – we must. The question is whether we adapt by simply building higher walls, or whether we can do something more ambitious.

 

Non si può vivere nella menzogna del mutuo beneficio attraverso l’integrazione, quando l’integrazione diventa la fonte della propria subordinazione. […] Di conseguenza, molti paesi stanno giungendo alle medesime conclusioni: devono sviluppare una maggiore autonomia strategica nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento. Questo impulso è comprensibile. Un paese che non può nutrirsi, rifornirsi di energia o difendersi da solo, ha poche opzioni. Quando le regole non ti proteggono più, devi proteggerti da solo. Ma cerchiamo di essere lucidi su dove questo conduca. Un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile. […] Compreranno assicurazioni, aumenteranno le opzioni per ricostruire la sovranità – una sovranità che un tempo era fondata sulle regole, ma che sarà sempre più ancorata alla capacità di resistere alle pressioni. […] Gli investimenti collettivi nella resilienza sono più economici rispetto alla costruzione di fortezze individuali da parte di ognuno. Standard condivisi riducono la frammentazione. Le complementarità sono a somma positiva. E la domanda per le medie potenze come il Canada non è se adattarsi alla nuova realtà – dobbiamo farlo. La domanda è se ci adatteremo semplicemente costruendo mura più alte, o se saremo in grado di fare qualcosa di più ambizioso.

Dunque, se vorremo in questo mondo instabile la sicurezza, dovremo riporre le nostre speranze nei mezzi umani e non in quelli divini, parafrasando Tucidide. Davanti alla fine di un sistema in cui si poteva trovare protezione nelle regole, le medie potenze devono ricorrere all’unico strumento che garantisce sempre protezione: la forza. Perseguire la via della forza, però, vuol dire perseguire la via dell’unione e della collaborazione, perché appunto, non è possibile pensare di trattare alla pari con una grande potenza da soli: non si potrà mai disporre della forza per trovarsi in uno stato di parità. Gli stati di valori simili dovrebbero quindi procedere a una maggiore collaborazione, resa possibile dalla condizione di sostanziale parità e dalla comunione delle necessità e dei valori; il che significa nel concreto rinunciare a parte della sovranità nazionale, soprattutto nell’ambito militare, avendone di guadagnato una sicurezza a un costo inferiore. Come si dice dopo:

So, we’re engaging broadly, strategically with open eyes. We actively take on the world as it is, not wait around for a world we wish to be. We are calibrating our relationships, so their depth reflects our values, and we’re prioritizing broad engagement to maximize our influence, given and given the fluidity of the world at the moment, the risks that this poses and the stakes for what comes next. And we are no longer just relying on the strength of our values, but also the value of our strength. 

[…] Argue, the middle powers must act together, because if we’re not at the table, we’re on the menu.

But I’d also say that great powers, great powers can afford for now to go it alone. They have the market size, the military capacity and the leverage to dictate terms. Middle powers do not.

What does it mean for middle powers to live the truth? First, it means naming reality. Stop invoking rules-based international order as though it still functions as advertised. Call it what it is – a system of intensifying great power rivalry, where the most powerful pursue their interests, using economic integration as coercion. […] It means building what we claim to believe in, rather than waiting for the old order to be restored. It means creating institutions and agreements that function as described. And it means reducing the leverage that enables coercion – that’s building a strong domestic economy. It should be every government’s immediate priority.


Quindi, ci stiamo impegnando in modo ampio, strategico e a occhi aperti. Affrontiamo attivamente il mondo così com’è, invece di restare in attesa del mondo che vorremmo. Stiamo calibrando le nostre relazioni affinché la loro profondità rifletta i nostri valori, e stiamo dando priorità a un impegno ad ampio raggio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità attuale del mondo, i rischi che ciò comporta e la posta in gioco per ciò che verrà dopo. E non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza. […] 

 

Sostengo che le medie potenze debbano agire insieme perché, se non siamo seduti al tavolo, saremo nel menu.

Ma direi anche che le grandi potenze, per ora, possono permettersi di procedere da sole. Hanno le dimensioni del mercato, la capacità militare e la forza contrattuale per dettare le condizioni. Le medie potenze no. 

 

Cosa significa per le medie potenze vivere nella verità? In primo luogo, significa dare un nome alla realtà. Smettere di invocare l’ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora come pubblicizzato. Chiamatelo con il suo nome: un sistema di intensificazione della rivalità tra grandi potenze, dove i più forti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come strumento di coercizione. […] Significa costruire ciò che affermiamo di credere, invece di aspettare che il vecchio ordine venga ripristinato. Significa creare istituzioni e accordi che funzionino come descritto. E significa ridurre la leva che permette la coercizione – il che vuol dire costruire una forte economia interna. Dovrebbe essere la priorità immediata di ogni governo.

Perseguire la via della forza, non significa, come spesso viene detto, rinunciare ai valori o tornare alle volontà imperialiste ottocentesche, significa al contrario potersi permettere i valori; infatti, una politica estera basata su di essi è una cosa che ci si deve poter permettere. Perciò anche in futuro avrà senso per le medie potenze rifarsi al diritto, ripetere la menzogna, magari avendola rinvigorita, perché appunto il diritto è per loro conveniente. Il punto sarà usare il diritto e non farsi usare dal diritto, cioè comprendere che è una menzogna e dirlo chiaramente. In futuro potremo ancora rifarci alla carta dell’Onu e alle altre istituzioni sovranazionali solo se saremo capaci di dire che quelle leggi che vogliamo tutelare non derivano dell’esistenza di queste carte, ma dalla forza e dalla volontà delle medie potenze che le faranno rispettare quando gli sarà possibile. Il primo passo è però chiamare le cose con il loro nome.

The powerful have their power. But we have something too – the capacity to stop pretending, to name reality, to build our strength at home and to act together.

 

I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di dare un nome alla realtà, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme.

 

*Nota alla traduzione:
La traduzione fornita a fianco del testo originale è realizzata da Gemini, qui potete trovare una traduzione realizzata dal Manifesto: https://ilmanifesto.it/il-discorso-di-mark-carney-a-davos
Qui potete trovare la trascrizione ufficiale del discorso in inglese da cui sono tratti i brani:
https://www.weforum.org/stories/2026/01/davos-2026-special-address-by-mark-carney-prime-minister-of-canada/

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