Recensione della serie “Jeffrey Dahmer”

Data: 24 Ottobre 2022

Tag: Racconti

Di: Francesca del Carmen Panepinto e Gilda Corso

Premessa importante a tutti gli appassionati del genere: è necessaria una buona dose di lucidità per distinguere tra personaggio e attore, tra finzione e realtà.
Questo è il cinema: ci si ritrova a empatizzare con gli assassini protagonisti, perché spesso interpretati da bellissimi e talentuosi ragazzi; siamo di fronte a uno degli errori più diffusi: queste serie sono girate per dare voce alle vittime e alle famiglie delle vittime, si narra di fatti realmente accaduti, non si tratta di giustificare, avere compassione, empatizzare con i serial killer.
Vorrei chiarire che il regista Ryan Murphy ha costruito la serie dal punto di vista delle vittime, e non da quello del killer.
Anche se la vita di un serial killer su due è stata macchiata da tragedie familiari, da pessime condizioni economiche, da problemi di dipendenze, abusi fisici e/o mentali, resta il fatto che le vittime sono vere, veri omicidi, veri smembramenti, veri stupri, persone reali che hanno sofferto la perdita dei loro cari.
Informiamoci e guardiamo lo show con spirito critico.
Dopo questa breve e giusta premessa, possiamo concentrarci sulla serie TV uscita da poco: “Jeffrey Dahmer”.
Inaspettatamente, ha battuto ogni record.
E’ il miglior debutto Netflix dopo “Stranger Things” e la famosa serie TV coreana “Squid Game”.
Questo show tratta del famoso serial killer cannibale Dahmer.
Una storia cruenta e tragica che conta 17 vittime, ragazzi omosessuali e neri.
Inizia con Il sopravvissuto Tracy Edwards che, fuggito dall’appartamento dell’omicida, corre a cercare la polizia. Il pubblico scorre a ritroso la vita di Dahmer con un’analessi sulla sua infanzia, sul rapporto burrascoso tra i suoi genitori, sul suo rapporto con la scuola e il suo amore per le carcasse degli animali morti.
Questo particolare hobby, Jeffrey lo condivideva con il padre. Il genitore pensava potesse essere qualcosa di produttivo e appassionante per il figlio e che magari, più avanti, lo avrebbe portato verso una carriera scientifica: non sapeva certo che si sarebbe pentito amaramente di questa decisione per tutta la vita.
Tra i temi più importanti dello show infatti si trova quello dell’amore incondizionato che un genitore prova per il figlio.
È commovente come Lionel Dahmer cerchi di perdonare e aiutare suo figlio, anche dopo la violenta scoperta delle sue atroci attività illegali, e fino ad un certo punto ho sentito quasi il bisogno di mettermi nei panni di Lionel, e comprendere perché questo amore paterno lo portasse a capire suo figlio, a cercare di ‘salvarlo’ dalla prigione, ad accettarlo.

La storia non è mai in soggettiva, sugli schermi non appare il punto di vista di Jeffrey, anzi, non si riesce mai a capire come il protagonista ragioni e le spiegazioni che dà a sé stesso della sua ossessione per i cadaveri, infatti il regista ha esplicitato che la serie TV non è dal punto di vista di Dahmer, bensì delle vittime.
La serie TV è ideata proprio per suscitare sensazioni di disgusto, ansia e paura nello spettatore. Anche se non ci sono mai scene troppo esplicite, il costante “vedo non vedo” insinua quell’atmosfera horror mai dichiarata. Non è romanzata né stravolta rispetto ai fatti reali, è, per così dire, una ricostruzione della realtà. Nel film molte scene, soprattutto durante il processo, sono state girate identiche: vestiti, atteggiamenti, discorsi.

Di serie TV da dimenticare ce ne sono, ma non questa: l’empatia degli attori, l’ambientazione realistica tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘90, la suspence continua e le malcelate allusioni razziste e omofobiche sono gli ingredienti di successo di questo “true crime” sinceramente apprezzabile. Ma c’è sempre un rovescio della medaglia, e in questo caso c’è l’errore clamoroso di Netflix che, nel produrre la serie, non ha chiesto nessun permesso alle famiglie delle vittime. Rita Isabell, la sorella di una delle vittime, ha infatti dichiarato di essersi sentita infastidita dopo aver guardato la serie, dicendo esplicitamente quanto sia triste che Netflix stia facendo soldi con una tragedia del genere, senza neanche aver avuto un po’ di empatia nei confronti delle famiglie delle vittime.
Fin dalla prima puntata c’è una suspence tremenda che si protrae durante tanti altri capitoli.
Io devo ammettere che, pur essendomi già informata tempo prima del caso, c’erano delle situazioni che non riuscivo a capire: cosa faceva Dahmer alle sue vittime? Lo faceva con tutte?
A queste domande ho dovuto rispondere guardando anche le interviste del vero Dahmer, che non sono mostrate nella serie.
Come ho detto prima questa serie mi è piaciuta tantissimo, non solo per la sua somiglianza alla realtà, ma anche per l’uso corretto dell’ambientazione, il disagio così vero che provavo ogni volta che portava un ragazzo a casa, mi portava in qualche modo ad empatizzare con la vittima e chiedermi: ‘ma che avrei fatto io?’
La paura non era poca, ero ben cosciente che la serie non mostrava tutto quello che Dahmer faceva alle sue vittime: è molto diverso da ascoltare il caso in un podcast o guardarlo in un video di elisatruecrime, o leggerlo in un qualsiasi forum di criminologia.
Non si riesce ad immedesimarsi nel dolore che hanno provato le famiglie delle vittime, la forza che hanno avuto è ammirevole e davvero non riesco a capire come abbiano digerito una notizia del genere. Tra i temi sollevati dalla serie c’è sicuramente la negligenza che ci mostra da parte della polizia, che è totalmente fedele alla realtà, e il razzismo: molte volte gli agenti sono entrati nell’appartamento di Dahmer senza dare peso alle continue denunce della sua vicina. E perché se lei aveva chiamato così tante volte non avevano fatto niente?
Loro sapevano che Dahmer aveva dei precedenti penali, eppure non avevano mosso un dito, si erano fidati di lui quando un ragazzino di quattordici anni era scappato dal suo appartamento chiedendo aiuto. Anche in quel caso gli agenti si sono fidati di Jeffrey quando ha detto che quel bambino era il suo ragazzo, e lo hanno fatto solo perché era un uomo bianco, di cui ovviamente non si poteva diffidare.
Vi consiglio di guardare questa serie tv se vi siete già informati sul caso, per approfondire o avere un altro punto di vista. Ad alcuni è sembrata noiosa, anche a me in certi punti, ma se siete interessati nel true crime vale la pena.

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