A un passo da un mondo perfetto: Incontro con la scrittrice Daniela Palumbo

Data: 27 Aprile 2022

Tag: Cultura

Di: Elena Mora

“A un passo da un mondo perfetto è un viaggio. Il mio. La Shoah è sempre stata questo per me: un viaggio dentro l’uomo. E, dunque, sono tornata lì. La prima cosa che ho scoperto è che non fai mai lo stesso viaggio. La seconda è che ogni volta succede che un approdo ti sembri sufficiente. Ma non lo è e non lo sarà.”

Daniela Palumbo

Le parole sono quanto di più affascinante esista al mondo. Raccontare una storia, raccontare te stesso attraverso i personaggi, lasciare qualcosa nel cuore del lettore, che segna e rimane indelebile. Leggere un libro è intraprendere un viaggio alla scoperta di noi stessi: per ognuno di noi, il percorso può essere lo stesso, ma diverso è il punto di arrivo. Diversi i pensieri, le emozioni, i ricordi in bianco e nero che ci attraversano la mente, gettando il pensiero indietro, a quel viaggio. A quel libro. A quelle parole.

E la guida del viaggio della 4^B è stata Daniela Palumbo, prima fra le pagine del suo libro e poi fra i sentieri tortuosi delle domande di noi ragazzi. 

Un viaggio nella memoria. Un viaggio nel ricordo, una parola che deriva essa stessa dal cuore e che quindi coinvolge tutte le emozioni, le paure, i sentimenti e le angosce di generazioni di ragazzi come noi. 

Questo è stato il viaggio che noi studenti di 4^ B abbiamo affrontato: con riflessioni personali scaturite a partire dalla Giornata della Memoria; attraverso la visione di film amari, profondi e agghiaccianti come L’Onda; attraverso la lettura di libri come La fattoria degli animali di George Orwell (più attuale che mai in questo momento) e, soprattutto, A un passo da un mondo perfetto di Daniela Palumbo. Quest’ultima ha cercato sempre di avvicinare i giovani al tema della Memoria, cui ha dedicato numerosi romanzi, come Le valigie di Aushwitz, Scolpitelo nel vostro cuore o Fino a quando la mia stella brillerà, la profonda testimonianza della storia di Liliana Segre. 

Abbiamo avuto la possibilità di conoscerla, di tempestarla di domande sulla storia, sulla scrittura, ma anche sul presente che ci troviamo a vivere. 

Un viaggio che attraversa due epoche, la nostra e quella della Seconda Guerra Mondiale, non così diverse, purtroppo; ognuna con le proprie luci e le proprie ombre, con la speranza che esistano persone, che esistano eroi, ieri come oggi, capaci di dimenticare per un attimo se stessi e avere il coraggio di guardare la realtà con gli occhi di un bambino. Come Irena Sandler, infermiera polacca protagonista di un altro romanzo dell’autrice, che salvò 2500 bambini ebrei, semplicemente perché “andava fatto”. 

Persone anticonformiste e coraggiose, che abbiano la capacità di descrivere il mondo per come è. Di porsi delle domande e non pretendere sempre una risposta, perché non sempre una risposta arriverà, di fronte all’assurdo dell’essere umano. 

Citando la scrittrice, “gli adulti daranno sempre una spiegazione alla guerra, ma una ragione non esiste.” 

E così è quello di una bambina lo sguardo che Daniela Palumbo ha scelto per portarci in quel mondo, per farci capire meglio il nostro. Iris, una bambina tedesca perfetta, in un mondo perfetto e idilliaco.

Una ragazzina che crede nella sua famiglia e negli ideali di questa, perché dopotutto, quale bambino non considera i propri genitori come eroi, come esempi da seguire? 

Una famiglia perfetta in un mondo perfetto, compiuto, chiuso, nulla di sbagliato.

Eppure.

Quando tutto ciò che hai sempre visto è un muro, la minima crepa, il minimo colore in quel bianco soffocante del tuo mondo ti sembra terribile. Puoi ignorare la crepa, cercare di cancellarla per sempre, ma questa si allargherà sempre di più, si diramerà con i suoi bracci affamati su per il bianco del tuo mondo.

E capirai qualcosa.

Capirai che la crepa c’era già, c’era sempre stata. Il tuo mondo perfetto non era tale; solo che tu non riuscivi a vederlo.

Iris comprende a poco a poco la realtà, sempre con gli occhi di una bambina, pieni d’amore e di domande che non avranno mai risposta. Perché? Perché tutto questo? 

Prima per curiosità, poi per vera amicizia, si avvicina ad Ivano, giardiniere ebreo reietto da tutti, la crepa più lampante in un mondo che perfetto non è. Gli incontri, le persone…Iris cambia, cresce, vede tutto con occhi nuovi. Le crepe sono parte di lei, eppure continua ad averne paura.

Perché sente che possono distruggere tutto ciò che ama. La sua famiglia, la sua vita.

Con un salto temporale, l’autrice ci porta nel dopoguerra, quando un professore ebreo tedesco emigrato s’imbatte nella storia di Iris e va alla ricerca della ragazza, per dare voce anche a lei.

Iris non si è mai liberata della colpa dei suoi genitori, del mondo in cui è nata. Del mondo a cui si è ribellata, nel suo piccolo, ma a cui appartiene in quanto tedesca. Sono macchie difficili da cancellare. L’autrice cita a questo punto una graphic novel, “Heimat”, il cui titolo stesso riflette il tema centrale: identità. L’identità di una giovane donna tedesca a New York, che per caso incontra una sopravvissuta all’Olocausto. Così indaga e scopre il vero volto dei suoi genitori, che non sono poi persone così meravigliose.

La sua storia, come quella di iris, mostra un aspetto dimenticato del male: a volte, a perpetrarlo non sono pazzi, né mostri. Sono persone normali, madri, padri, figli e fratelli.

Witta, la madre di Iris, ama i suoi fiori più di qualsiasi cosa; Bernard, il padre, è molto affettuoso con lei. Ognuno ha tante maschere e non per forza ce n’è soltanto una vera.

Iris soffre per questo: soffre quando si trova dalla parte giusta e poi da quella sbagliata del mondo. Ciò che le permette di guardare avanti è l’incontro con Ivano, a Genova, dopo tutti quegli anni. Non pensa più a niente, ormai è leggera.

Dopotutto, forse non esiste un mondo perfetto.

Saremo sempre ad un passo da esso, non lo raggiungeremo mai.

Possiamo, però, guardare il nostro con nuovi occhi.

Perché, dopotutto, come diceva Leonard Cohen, c’è una crepa in ogni cosa ed è così che entra la luce.

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