Gli I.M.I. nella letteratura del Novecento

Data: 15 Marzo 2022

Di: Martina Carboni, Irene Cerati, Sofia Covati, Riccardo Iorio, Ludovica Vizzini

Ritornando sulla vicenda degli I.M.I., che avevamo già trattato su Eureka il mese scorso,
vorremmo questa volta fornire due testimonianze tratte da due dei massimi scrittori italiani del
Novecento.
La prima è quella di Mario Rigoni Stern (1921-2008), che alla sua esperienza di I.M.I. ha
dedicato il racconto «Aspettando l’alba», incluso nella omonima raccolta.
Nell’inverno del 1944 Rigoni Stern viene internato nel Lager 1/B, nella Polonia nord-orientale,
insieme a due prigionieri russi con cui stringe subito amicizia. Il loro compito (accogliere i
prigionieri che devono andare allo spidocchiamento) consente a Rigoni Stern di apprendere
notizie sull’andamento della guerra: le forze tedesche stanno ripiegando, incalzate dall’Armata
Rossa, tanto che persino «un gruppo di feriti sommariamente fasciati», arrivato nel Lager a
febbraio, osa mostrare «dignitosa fierezza e grande disprezzo» nei confronti degli ufficiali del
campo[1].
Successivamente Rigoni Stern viene trasferito in un’altra zona del campo, in una baracca di soli
italiani, le cui condizioni di internamento sono ben riassunte dalla risposta che Rigoni Stern dà a
un internato che gli appena chiesto come si senta[2]:

“Resisto […] ma il tempo in questa baracca non passa mai. Non c’è aria, non ci si può quasi muovere e i pidocchi mi mangiano.”

Dopo alcuni giorni egli viene di nuovo trasferito in un altro Lager, dove si ricongiunge con alcuni
alpini facenti parte del suo stesso reggimento durante la campagna di Russia dell’inverno 1942-
1943. Gli internati trascorrono le loro giornate assicurando il pieno funzionamento delle rotaie
lungo la ferrovia per Königsberg. Le condizioni di lavoro e di internamento sono, anche in
questo caso, decisamente proibitive[3] :

“Si lavorava da buio a buio; la domenica era giorno di riposo e di pulizia, ma dalla zuppa che davano a mezzogiorno bisognava aspettare la sera del lunedì per ricevere ancora qualcosa da mangiare. […] La sveglia avveniva sempre nel buio più profondo […] All’adunata ci ordinavano in fila per tre, ci
contavano e poi pestando la neve e al passo ci conducevano fino alla piccola stazione deserta, dove alle cinque e trenta passava un treno a raccoglierci. […] Noi scendevamo dopo una decina di chilometri, quando il treno rallentava. Si lavorava sino a buio e si ritornava a piedi..”

Gli internati, inoltre, sono soliti raccogliere carbone, verdura, ortaggi da usare per scaldarsi e da
consumare durante la pausa (è il caso di «cinque belle patate, grosse e sode» di cui Rigoni
Stern riesce a entrare in possesso, salvo poi fondere nella stufa la gavetta in cui sperava di
cuocerle a causa di un inaspettato controllo da parte di una guardia!).
Il racconto si conclude con la rievocazione della Pasqua del 1944, quando gli internati mettono
in comune tutto il cibo ciò che sono riusciti a recuperare o che hanno ricevuto da parte delle
proprie famiglie; Rigoni Stern, però, ha anche qualcos’altro: un «uovo di gallina cotto e colorato
con erbe, foglie di cipolla e fondi di caffè»[4], dono di una bambina polacca che si recava a scuola, ogni mattina, sullo stesso treno degli internati.

Ne Una questione privata di Beppe Fenoglio (1922-1963), invece, la vicenda degli I.M.I. viene
toccata indirettamente durante una conversazione tra il protagonista, Milton, e un altro
partigiano, Maté, che avviene nel capitolo XI. In questo significativo seppur breve passaggio,
viene evidenziato con particolare intensità il silenzio calato sulla loro tragica vicenda.
Maté parla a Milton di come suo fratello sia prigioniero in Germania, essendo stato catturato
non all’estero ma ad Alessandria, a due passi da casa. Si concentra particolarmente sul fatto
che gli IMI fossero avvolti da un’indifferenza generale:

“Io dico che dovremmo pensare un po’ di più a quelli di noi che sono finiti in Germania. Ne hai mai sentito parlare una volta che è una? Mai uno che si ricordi di loro.”

Maté inoltre sottolinea le condizioni disumane in cui devono vivere i prigionieri in Germania:

“Si deve stare tremendamente male dietro un reticolato, si deve fare una fame caína, e c’è da perderela ragione. [5]”

Viene infine sottolineato come sia di fondamentale importanza che siano liberati al più presto, e
come ogni giorno possa essere vitale per la loro sopravvivenza; una volta tornati, conclude
Maté, entrambe le facce della Resistenza – quella attiva dei partigiani e quella passiva degli
I.M.I. – potranno essere raccontate.

[1] Mario Rigoni Stern, Aspettando l’alba e altri racconti, Torino, Einaudi, 2018, p. 17.[2] Ibid., p. 20.[3] Ibid., pp. 24-25.[4] Ibid., p. 29.[5]Le citazioni provengono da: Beppe Fenoglio, Una questione privata, Torino, Einaudi Tascabili, 1990, pp. 125-126.

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