Formare al consenso o consenso informato?

Il 2 dicembre 2025, l’aula della Camera ha approvato in prima lettura il DDL Valditara, che introduce l’obbligo del consenso scritto dei genitori per permettere ai minorenni di partecipare a qualunque attività di educazione sessuale o affettiva nelle scuole secondarie. Nelle scuole dell’infanzia e nella scuola primaria, l’insegnamento sarà ridotto ai contenuti strettamente previsti dai programmi nazionali (per es. la biologia, il corpo umano, le basi della riproduzione). Nel caso in cui i genitori non diano il consenso, invece, la scuola dovrà prevedere per i loro figli “alternative” didattiche, cioè uscite dall’aula o attività differenti. L’argomento è stato ed è molto dibattuto: i fautori della norma, in primis i ministri dell’Istruzione Valditara (Lega), della Famiglia Roccella (Fratelli d’Italia) e della Giustizia Nordio (Fratelli d’Italia), sostengono che si tratti di una misura di “trasparenza” e di rispetto della famiglia: i genitori dovrebbero sapere quando e come si parla di sessualità a scuola, e avere voce in capitolo su materiali didattici e modalità. Secondo gli oppositori (partiti, associazioni studentesche, operatori scolastici), al contrario, la scuola perde autonomia educativa, l’educazione sessuale diventa opzionale, tanti ragazzi rischiano di restare senza strumenti fondamentali di informazione su temi come consenso, salute sessuale, relazioni affettive, prevenzione della violenza di genere. Personalmente, ritengo che questa legge costituisca un notevole passo indietro: trasformare un percorso educativo in qualcosa di opzionale significa creare disuguaglianze tra chi riceverà questa consapevolezza e chi ne resterà escluso, spesso per diffidenza o ridicoli tabù familiari. L’educazione sessuale non è per niente un’attività accessoria, ma una parte essenziale della crescita e della cittadinanza. La scuola, come luogo pubblico e laico, deve garantire a tutti i giovani un insegnamento obbligatorio, chiaro e inclusivo su tutti gli ambiti dell’educazione sessuo-affettiva. Ogni ragazza e ragazzo ha diritto a sapere come funziona il proprio corpo, a conoscere il concetto di consenso, a essere informato su salute sessuale e relazioni sane. L’educazione sessuale non è “un’ideologia”; è prevenzione, cultura, civiltà: renderla opzionale o delegarla solo a certe famiglie significa creare cittadini di serie A e B. In un periodo storico in cui la violenza di genere, il bullismo, la disinformazione su sesso e relazioni sono all’ordine del giorno, abolire un accesso generalizzato a questi strumenti formativi è, dal mio punto di vista, una scelta grave, irresponsabile, regressiva. Chiedere il consenso ai genitori per ogni progetto di questo tipo trasforma la scuola da luogo di crescita collettiva a spazio condizionato: non è questo il tipo di scuola di cui abbiamo bisogno. Resta chiaro che il ruolo delle famiglie deve essere fondamentale, ma è importante che lo Stato si assuma pienamente la responsabilità educativa su questi temi e che la scuola rimanga uno spazio dove tutti gli studenti possano accedere alle stesse conoscenze, senza differenze e senza ostacoli di alcun tipo.




